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Piccola storia della Casa della Caritā di Vibo Valentia IL SOGNO Nel caotico tempo subentrato all'ultimo immane conflitto, Vibo, uscita indenne nelle sue strutture urbanistiche, alimentava vaghi sogni di rinascita dalla stasi secolare in cui era caduta. Fra questi sogni, più o meno velleitari, passò quasi inosservato il sogno di due giovani donne, che, nel prosieguo del tempo, ebbe un rilevante sviluppo. Esse anelavano al possesso del rudere di un grosso edificio appollaiato sulle più alte pendici meridionali del monte Leone. Era difficile immaginare quale uso si potesse fare di questo rudere, dato che, così come era, sarebbe stato inutilizzabile e sarebbe stata un'ardua impresa raderlo al suolo e sgomberarne le macerie per ricavarne un'area edificabile. Ma le due giovani donne avevano un'idea molto precisa sul suo uso, anche se alquanto confusa sul modo di realizzarla. Esse desideravano far costruire sull'area recuperata una grande casa per ospitare e curare bambini nati con gravi malformazioni. I bambini sani, quando sono nutriti di affetto e di cibo, sono l'aspetto più sorridente della natura. Ma quando sono menomati nel corpo e nello spirito, ne sono l'aspetto più triste e deprimente, e perciò sono trascurati e mal visti. Venire incontro a questi piccoli infelici, cui la natura nega ogni gioia, sanare, almeno in parte, questa piaga vergognosa della nostra società, era il sogno ossessionante delle due giovani donne.   La cosa più spiacevole era costituita dal fatto che, per far fronte agli ingenti capitali occorrenti, le due giovani donne non possedevano altro denaro che quello proveniente dalle loro fatiche di insegnanti, risorse appena sufficienti per vivere, ne possedevano le cognizioni necessarie per valutare l'entità del costo, per costruire, orga­nizzare e gestire una impresa del genere. Tutte cose estranee alla loro mentalità ed alla loro cultura, essendo persone viventi in una delle rare oasi dello spirito, ancora esistenti in una società interessata soltanto alla soddisfazione del benessere materiale.    Il progetto sarebbe rimasto confinato nel libro dei sogni, se le due giovani donne non fossero state sorrette da una forza spirituale di incalcolabile valore. Lo spirito è il potere più colossale del mondo, ha lasciato detto Alexis Cartel. Sorgente di questa forza spirituale era un fragile sacerdote semi paralizzato e menomato nell'uso della parola, don Francesco Mottola. Malgrado la sua infermità, perseguiva nel suo apostolato con la stessa inflessibile energia esercitata quando era sano, fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1969. È in corso un processo di beatificazione.   Don Mottola appartiene alla gloriosa schiera dei fondatori di ordini religiosi, creati per l'esercizio delle opere di carità. Infatti aveva fondato un ordine femminile con una regola severa, alquanto diversa da quelle tradizionali. Alle affiliate aveva imposto il nome di oblate, volendo significare con questa desueta parola medievale la loro completa dedizione a Dio. Tu camminerai sempre, perché il tuo dono dovrai portarlo per tutte le strade del mondo, questo era il primo articolo della regola e perciò aveva definito le oblate le Nuove Carmelitane della strada. Ed ancora, le oblate non indosseranno divise e si inseriranno nella vita sociale con i compiti e i doveri che saranno loro assegnati. Oltre al loro lavoro quotidiano ed all'osservanza della severa regola, aggiungeranno Penitenza e Preghiera.   Frattanto occorre premettere quale è il significato della Carità per la Chiesa Cattolica. Essa non va confusa con la beneficenza e l'elemosina ne tanto meno può essere sostituita con l'assistenza sociale, come generalmente creduto ed asserito. La Carità è una virtù teologale così definita: l'amore a Dio, come bene supremo, e l'amore al prossimo per amore di Lui. Secondo San Tommaso essa è la radice di tutte le virtù. La Carità richiede amore, fede, sacrifici e può essere esercitata soltanto da chi sia animato da una fede ardente. Esercitata con questi sentimenti, la Carità acquista un valore carismatico: cioè beneficia della grazia divina. Don Mottola aveva già fondato tre Case della Carità a Tropea e a Limbadi a favore di donne anziane e bambini poveri, quando formulò il proposito di fondarne una quarta a Vibo per bambini infermi. Volle che sorgesse ampia, munifica, luminosa e dotata di tutte le attrezzature moderne per le cure dei piccoli. La sistemazione sul monte Leone si presentò conveniente per la sua esposizione solatìa, per la sua salu­brità, per la bellezza del panorama sottostante. Don Mottola venne a Vibo, si trascinò fino alla cima del monte e disse : qui le anime si eleveranno e con esse si eleveranno le speranze del mondo. Aspre critiche furono sollevate da più parti, ma non dalle due giovani donne. Esse appartenevano al piccolo esercito delle oblate, alle quali era imposto come dovere la obbedienza ed obbedirono in silenzio.  L'acquisto del rudere fu il primo arduo problema da risolvere, occorrevano 350.000 lire, somma irrisoria oggi, ieri spaventosa. Con la sostituzione delle suoreall'ospedale con altre cinque oblate ed altri duri sacrifici si riuscì ad accumulare la somma richiesta. Con l'acquisto del rudere, avvenuto nel 1950, si era soltanto compiuto íl primo passo per la realizzazione dell'opera. Ma la via da percorrere era ancora lunga ed incerta, costellata da sacrifici ed affanni, con la consapevolezza che su quella strada, esse avrebbero impegnata tutta la loro esistenza. Sarebbero, poi, occorsi sei lunghissimi anni, prima che ogni incertezza fosse fugata e la Casa sognata divenisse una certezza reale. 

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Il sogno, il miracolo, la realtā Tanti anni e tanta acqua sotto i ponti è passata da quando Don Francesco Mottola in quel 16 luglio 1956 ha potuto realizzare uno dei suoi sogni che tanti consideravano impossibili a realizzarsi: una Casa della Carità che a Vibo Valentia potesse accogliere, nell’amore e nell’affetto, tanti bambini disabili. Questo era il sogno di don Francesco, nel momento in cui vide, sotto il castello normanno svevo di Vibo Valentia, un piccolo rudere di pochi metri quadrati donatogli da una nobildonna vibonese. E questo divenne il sogno di due donne fragili nell’aspetto ma determinate nello spirito che accettarono la proposta di don Mottola: Giuseppina Scarano e Ada Furgiuele. Queste due giovani donne furono affascinate da questo sacerdote tropeano che, pur semiparalizzato per un ictus che lo aveva colpito quando era appena quarantenne, continuava a lavorare incessantemente per le persone relegate ai margini della società: anziani soli e poveri, bambini che per le proprie disabilità venivano rifiutati non solo dalla società civile, ma spesso anche dai propri genitori.   

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